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La disciplina del fine vita negli USA

Questa pagina propone una ricognizione del quadro normativo e giurisprudenziale relativo alle decisione di fine vita negli Stati Uniti.

Indice

  1. Introduzione
    1. 1. Il dibattito
    2. 2. Rifiuto di trattamenti terapeutici
    3. 3. Condotte attive
    4. 4. Forme di flessibilità
  2. Diritto al rifiuto di trattamenti terapeutici
  3. Omicidio del consenziente
  4. Assistenza al suicidio
    1. 1. Legislazione
    2. 2. Giurisprudenza

1. Introduzione

1. Il dibattito

Ragioni a favore di modelli “permissivi”: dignità e sua percezione individuale che risulta rispettata solo attraverso una scelta che permetta una morte quale conclusione dignitosa anziché negazione di una vita; affermazione dell’inesistenza di un bene vita da tutelare in assoluto anche contro la volontà dell’individuo; l’autodeterminazione e la libertà morale in particolare in una fase tanto delicata quanto quella terminale che involve la concezione identitaria di ciascuno, la sfera relazionale ed affettiva nonché la scelta in ordine all’immagine e percezione di sé che si vuole lasciare.

Ragioni a favore di modelli “impositivi”: convinzioni morali e religiose connesse all’idea d’indisponibilità del bene vita (sanctity of life); ruolo del medico di cura della salute e preservazione della vita cui l’eutanasia è estranea e persino opposta; slippery slope o argomento della china scivolosa che paventa abusi nell’applicazione delle eventuali leggi sull’eutanasia estendendone la pratica e derive eugenetiche in un contesto sociale gradatamente assuefatto ad una regolamentazione via via più ampia e meno rigorosa

La mancanza di competenza a livello federale fa si che si debbano considerare una pluralità di fonti a livello statale che danno vita a un modello a tendenza impositiva.

2. Rifiuto di trattamenti terapeutici

Si riconosce la libera autodeterminazione dell’individuo limitatamente al diritto al rifiuto di trattamenti terapeutici (right to refuse medical treatment) che nelle fasi terminali di vita comporta il diritto all’interruzione delle pratiche mediche anche di sostegno vitale con conseguente decorso esiziale della malattia (cd. eutanasia passiva). Il rifiuto di trattamenti terapeutici è regolato dalla fonte giurisprudenziale, ha conosciuto un’evoluzione che ha condotto all’affermazione di tale diritto anche con riguardo alle cure di sostegno vitale che possono essere rifiutate dai pazienti in stato di incapacità di intendere e di volere attraverso una ricostruzione della volontà presunta ovvero il ricorso ad espresse disposizioni.

3. Condotte attive

Con riguardo alle pratiche di cd. eutanasia attiva (mercy killing) l’ordinamento prevede un generale e tendenziale divieto.

Nello specifico è necessario distinguere:

i) omicidio del consenziente (consensual homicide):la morte è determinata dal diretto intervento del medico. Tale pratica è vietata in tutti gli USA e giuridicamente integrante una fattispecie di reato;

ii) assistenza al suicidio (aid in dying): la morte è conseguenza dell’assunzione di una dose letale di un farmaco, azione in cui il soggetto che assiste non assume alcun ruolo partecipativo diretto alla condotta.

Gli stati che hanno reso lecito il ricorso alla pratica di assistenza al suicidio sono, in ordine cronologico: Oregon, Washington, Vermont, California, Montana, Colorado.

4. Forme di flessibilità

L’ordinamento statunitense conosce strategie di flessibilità ed apertura che consentono di adattare la rigidità del dato normativo all’esigenza di rispondere ad un senso di equità sostanziale.

Il fenomeno descritto come l’emergere di una cd. bio-equity riguarda il momento applicativo del diritto al caso concreto. Alcuni esempi:

Double Effect doctrine: teoria che riguarda casi in cui la morte del paziente in stato terminale possa essere stata accelerata quale effetto collaterale dei sedativi usati per alleviare un dolore estremo. La pratica, tecnicamente qualificabile come omicidio, è giustificata eticamente in ragione dell’intenzione non di cagionare la morte, ma di alleviare un dolore insopportabile in situazioni estreme e senza speranza.

La corte Suprema (nella Court's majority opinion) in Vacco v. Quill sostiene che il principio del doppio effetto spieghi la legittimità e praticabilità del processo di accelerazione della morte (death hastening) nell’ambito delle normali cure compassionevoli (palliative care) e nei casi eccezionali in cui la terapia del dolore non è riuscita ad alleviare sofferenze incurabili e quindi la sedazione terminale è praticata quale estrema risorsa.

Per una sintesi della dottrina sul tema v. questo link della Stanford Encyclopedia of Philosophy.

Jury Nullification: istituto che consente alle giurie di ritenere gli imputati non colpevoli nonostante le prove a carico, rovesciando il giudizio per legittimare pratiche di eutanasia che, da un punto di vista formale, sarebbero attuate in violazione di legge.

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2. Diritto al rifiuto di trattamenti terapeutici

Dall’affermazione iniziale del right to refuse medical treatment fino al rifiuto di trattamenti, anche di sostegno vitale, riconosciuto ai pazienti incapaci.

i) Mohr v. Williams, 1905: la Corte Suprema del Minnesota afferma la responsabilità di un medico per aver operato l’orecchio destro invece che quello sinistro per cui aveva ricevuto il consenso stabilendo il diritto all’inviolabilità personale ("every person has a right to complete immunity of his person from physical interference of others” con le parole del giudice Calvin L. Brown).

ii) In re Quinlan, 1976: la Corte suprema del New Jersey riconosce e fonda il diritto al rifiuto su basi costituzionali (sul right to privacy) per accogliere la richiesta avanzata dal padre di Karen Ann Quinlan di spegnimento del ventilatore meccanico che pensava tenesse in vita la figlia, che invece continuò a respirare autonomamente e permase in stato vegetativo per molti anni.

iii) Cruzan 1990: la Corte Suprema USA muta orientamento e fonda il diritto di autodeterminazione sul XIV emendamento (Due Process Clause), non più sul right to privacy che in Roe v. Wade del 1973 aveva condotto ad affermare il right to abortion. La Corte dichiara il pieno diritto al rifiuto di una persona capace mentre nel caso di persona incapace ritiene legittimo esigere un rigoroso onere della prova della volontà dell’incapace (“clear and convincing evidence”). Nei fatti i giudici hanno ritenuto convincenti le prove addotte dai familiari di Nancy Cruzan che chiedevano l’interruzione di nutrizione e idratazione artificiale (N.I.A.) praticate a Nancy Cruzan che versava in stato vegetativo.

iv) Schiavo, 2005: dopo una lunga vicenda combattuta non solo tra le aule giudiziarie ma anche tra i poteri giudiziario e legislativo, la giurisdizione federale ricostruisce la volontà di una paziente vegetativa, Terri Schiavo, in conformità a quanto sostenuto dal marito nel senso del rifiuto del sostegno vitale ed autorizza l’interruzione dell’alimentazione.

Per ripercorrere l’intera vicenda si rimanda a questo link.

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3. Omicidio del consenziente

La legittimità del divieto.

i) Vacco v. Quill, Corte Suprema USA 1997: afferma la legittimità del divieto di assistenza al suicidio e omicidio del consenziente, nega che un tale divieto leda un qualche diritto fondamentale costituzionalmente tutelato e per converso individua altri e prevalenti interessi statatali a scapito di quello individuale (tra i quali prevenire il suicidio e l’omicidio intenzionale,  preservare la vita, il ruolo del medico, la protezione delle persone vulnerabili da pressioni esogene, derive e abusi nella pratica dell’eutanasia).

La Corte inoltre sostiene il divieto sia conforme all’Equal Protection Clause riservando a tutti un trattamento eguale e non sia contraddittorio con la giurisprudenza in materia di rifiuto in ragione della differenza tra il lasciarsi morire rifiutando un trattamento e il cagionare attivamente la morte (distinguo per la Corte “both important and logical; it is certainly rational”).

ii) Washington v. Glucksberg, Corte Suprema USA 1997: afferma la legittimità del divieto di assistenza al suicidio, divieto che non viola il XIV emendamento (Due Process Clause).

Anzi, dopo aver individuato i contrapposti interessi statali che legittimano il divieto, i giudici federali negano l’esistenza di un diritto al suicidio assistito tra i diritti fondamentali radicati in “our Nation’s history, legal traditions, and practices” che sono protetti dalla Due Process Clause. 

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4. Assistenza al suicidio

1. Legislazione: leggi statali sull’assistenza al suicidio

In generale, le discipline adottate consentono a malati terminali, adulti e capaci d’intendere e di volere, residenti nello stato che preveda la norma facoltizzante (terminally-ill adult state residents, mentally competent) di richiedere ed ottenere una prescrizione medica per l’assunzione di un farmaco letale così da conseguire una morte dignitosa. La disciplina originariamente presa a modello è quella dell’Oregon Death with Dignity Act. Il medesimo risultato facoltizzante è stato conseguito dai giudici del Montana sebbene non vi sia ancora una legge sul punto.

  1. OREGON: Oregon Death with Dignity Actdel ’97 avallato dalla Supreme Court in Gonzales v. Oregon 2006
  2. WASHINGTON: Washington Death with Dignity Act approvato nel 2008 successivo all’Initiative 1000
  3. VERMONT: Patient Choice and Control at End of Life Act del 2013
  4. CALIFORNIA: End of Life Option Act  entrata in vigore nel giugno 2016
  5. COLORADOColorado End of Life Option Act in vigore dopo l’approvazione della Proposition 106 con il referendum dell’8 novembre 2016
  6.  Iniziative legislative in ALTRI STATI: molti sono gli stati in cui la legalizzazione dell’assistenza al suicidio è perlomeno in discussione, le proposte ed i testi di legge relativi sono a vari stadi di avanzamento, per una ricognizione un’utile cartina degli stati USA.

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2. Giurisprudenza

i) Gonzales v. Oregon, Corte Suprema USA 2006: la Corte sancisce la legittimità di una precisa modalità di suicidio assistito, la prescrizione medica per l’assunzione di un farmaco letale regolamentata dagli stati. Infatti, la sentenza stabilisce che le leggi federali non possono essere interpretate dallo US Attorney General nel senso di proibire l’assunzione di un farmaco, di per sé non proibito, anche al fine di praticare l’assistenza al suicidio che sia autorizzata a livello statale. La Corte così salva la legittimità dell’Oregon Death with Dignity Act.

ii) Baxter v. Montana, Montana Supreme Court 2009:

Il Montana può essere ascritto tra gli stati che hanno legalizzato l’assistenza al suicidio (physician aid to death) grazie all’operato della giurisprudenza.

La Corte Suprema del Montana, pur non individuando nella costituzione statale un diritto al suicidio assistito, dichiara che "[there is] nothing in Montana Supreme Court precedent or Montana statutes indicating that physician aid in dying is against public policy”, (Baxter v. Montana 2009).

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Autore
Irene Carlet
Pagina pubblicata Lunedì, 20 Febbraio 2017 - Ultima modifica: Giovedì, 20 Giugno 2019
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